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Il 2010 sarà davvero l’anno di svolta per il futuro dei Balcani in Europa ?

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Breve rassegna sull’attuale situazione politica dei diversi paesi dei Balcani in prospettiva della loro adesione all’Unione europea

Diverse ed autorevoli le voci che si sono levate in questi ultimi giorni a testimonianza dell’interesse dell’Unione Europea affinché il 2010 possa essere ricordato come l’anno di svolta delle aspirazioni d’integrazione europea dei diversi paesi dell’area dei Balcani. A sentire il ministro degli esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos “il 2010 sarà un anno chiave per il futuro dei Balcani occidentali : la presidenza di turno spagnola dell’UE, la Commissione Europea, l’Alto Rappresentante per la politica estera europea, lavoreranno per far avanzare la regione nel processo d’integrazione europea”. Gli fa eco la baronessa Catherine Ashton, che durante la sua prima visita ufficiale nei Balcani, ha affermato che l’Ue è impegnata a sostenere la prospettiva europea per l’intera regione. Le porte dell’Europa sono aperte per tutti i paesi dell’area dei Balcani non appena le condizioni poste saranno rispettate.


Sulla prospettiva europea dell’area dei Balcani dubbi non ve ne sono, tutti, paesi ed istituzioni, sostengono con forza che i paesi dei Balcani, un giorno o l’altro, quando rispetteranno le condizioni poste da Bruxelles, una volta risolte tutte le dispute bilaterali in corso ed ottenuto l’accordo dei 27 paesi membri possano aderire all’Unione europea. Ma siamo sicuri che quel momento sia così vicino come le ottimistiche dichiarazioni dei leaders europei potrebbero far pensare ? Ad analizzare la situazione sul campo c’è purtroppo da dubitarne.

Croazia avanti a forza di stop

La Croazia si avvicina all’UE

Iniziamo la nostra rassegna dal paese forse più vicino a soddisfare le sue aspirazioni di adesione all’Unione europea, ovvero la Croazia. Il paese ha ricevuto lo status di paese candidato nel 2004 ed i negoziati di adesione sono iniziati nel 2006. Da allora, però, diverse e lunghe sono state la battute di arresto nel cammino verso l’adesione. L’ultima in ordine di tempo, e che sembra posticipare ulteriormente la fine dei negoziati, risale a due settimane fa, quando il Procuratore capo del Tribunale dell’Aja, Serge Brammertz, ha affermato che la Croazia non starebbe collaborando con il tribunale internazionale dell’Aja. Il procuratore si riferisce in particolare alla richiesta di documentazione inviata a Zagabria e relativa all’operazione Tempesta compiuta contro i Serbi durante la guerra di Jugoslavia nel 1995. Immediato lo stop ai negoziati da parte di Olanda, Belgio, Gran Bretagna e Finlandia a cui si è aggiunto il rappresentante della commissione Esteri del Parlamento europeo Hannes Swoboda. Sottolineando la scarsa collaborazione di Zagabria con il tribunale dell’Aja, Swoboda ha dichiarato che l’attuale arresto dei negoziati è ancor più grave di quello con la Slovenia. Infatti il precedente stop ai negoziati a causa di dissidi sulla definizione dei confini territoriali tra Slovenia e Croazia si era sbloccato solo pochi mesi fa, nel settembre 2009, grazie alla mediazione della Commissione europea il cui rallegramento dei recenti progressi della Croazia si è interrotto bruscamente dopo le dichiarazioni di Brammertz. L’accordo di adesione della Croazia non sembra quindi affatto vicino. Se gli attuali ostacoli fossero velocemente superati, e nessun altro nel frattempo si interponesse nel cammino europeo della Croazia, si può realisticamente ri-fissare il paletto dell’adesione al 1 gennaio 2013. L’ennesimo di una lunga serie abbattuti in rapida successione.

Macedonia ancora ostaggio del suo nome

L’allargamento dell’Unione europea verso i Balcani in sintesi :

Paesi candidati :

Croazia - paese candiato dal 2005 - negoziati di adesione aperti, 15 capitoli provvisoriamente chiusi su 28

FYROM (Macedonia) - paese candidato nel 2005 - in attesa apertura negoziati di adesione

Paesi candidati potenziali

Albania - ha presentato domanda di adesione all’Ue nel mese di aprile 2009 - in attesa dell’accettazione

Bosnia Herzegovina - in attesa della ratifica dell’accordo di Associazione e Stabilizzazione dal 16 giugno 2008

Kosovo - nessun progresso formale nel processo di adesione, chiara prospettiva europea

Montenegro - ha presentato domanda di adesione all’Ue nel mese di dicembre 2008 - in attesa dell’accettazione

Serbia - ha presentato domanda di adesione all’Ue nel mese di dicembre 2009 - in attesa dell’accettazione

Altro paese candidato ad entrare nell’Unione europea dal 2005, la Macedonia è anch’esso da tempo in stand-by a causa dell’indubbia diatriba sulla sua denominazione. Nonostante la non facile convivenza fra le due principali comunità etniche presenti sul territorio, i macedoni e gli albanesi, la Macedonia, al contrario del vicino Kosovo, è riuscita a fatica negli anni a trovare un equilibrio etnico che le ha permesso di raggiungere importanti traguardi politici ed economici. Traguardi non facili da raggiungere dopo i violenti scontri avvenuti nel paese fra le due comunità e le continue tensioni con la minoranza albanese che rivendica maggiori diritti e tutele. Nonostante ciò la stessa Commissione europea nella sua ultima comunicazione sulla strategia di allargamento (COMM 2009 5333) sottolinea il raggiungimento delle fondamentali priorità da parte del paese nei principali settori : funzionamento del parlamento, giustizia, amministrazione dello stato, occupazione, tanto da soddisfare tutti i requisiti previsti dall’accordo di stabilizzazione ed associazione per il passaggio alla seconda fase dello stesso accordo. La Commissione è quindi pronta ad iniziare i negoziati di adesione che però non potranno aprirsi fintanto che la disputa sul nome con la Grecia non sarà risolta. Ovvero l’apertura dei negoziati è rimandata a data da destinarsi. La questione sul nome della repubblica di macedonia dell’ex-Juogoslavia (FYROM), come diplomaticamente e anacronisticamente bisognerebbe chiamarla, ha radici lontane nel tempo ma che possono essere sintetizzate dal fatto che il termine Macedonia sta ad indicare anche la regione greca e che secondo i questi ultimi dietro alla scelta di tale dominazione vi sarebbero aspirazioni di carattere territoriale verso la Grecia. Dopo lunghi anni di negoziati sotto l’egida dell’ONU, un embargo totale da parte della Grecia e curiosi aneddoti al limite del grottesco, qualche spiraglio sembra affacciarsi all’orizzonte almeno per quanto riguarda la questione del nome. Il compromesso che Skopje ed Atene dovrebbero accettare è una denominazione intermedia, tra le più probabili “Repubblica della Macedonia del Nord”. Dopo dieci anni di negoziazione siamo forse vicini alla soluzione del rebus sul nome, ma probabilmente esausti per continuare su quello della denominazione della lingua e del nome degli abitanti. I greci vogliono infatti che la lingua sia denominata “macedone settentrionale” e gli abitanti “macedoni del nord”. I macedoni non sono d’accordo. Il veto greco rimane ed il cammino verso l’integrazione europea continua ad essere ancora lontano da una svolta.

Kosovo diviso.. dal fiume Ibar

La situazione dell’ autoproclamatasi Repubblica del Kosovo (o meglio Kosova come la chiamano gli albanesi) è indubbiamente la più complessa sia da un punto di vista politico – istituzionale interno, sia da un punto di vista di relazioni esterne con gli altri paesi della regione, sia rispetto ai paesi europei. Riguardo alla situazione interna, a due anni dalla dichiarazione di indipendenza, benché gli atti di violenza siano drasticamente diminuiti, la convivenza pacifica fra le due principali comunità, quella maggioritaria albanese e la minoranza serba, sembra essere un obbiettivo ancora difficile da raggiungere. Il problema è complesso in quanto la minoranza serba è a sua volta divisa al suo interno. Da una parte ci sono i serbi che vivono nella parte nord del Kosovo ai confini con la Serbia nella municipalità di Mitrovica Nord (e municipalità limitrofe) e che non riconoscendo l’autorità dell’ autoproclamatasi repubblica del Kosovo si oppongono ad ogni forma di collaborazione istituzionale. Dall’altra parte la comunità serba che invece vive nelle diverse enclaves disseminate nelle varie zone del Kosovo e che sembra aver adottato un atteggiamento più collaborativo con le autorità kosovare. I dati delle ultime elezioni locali in Kosovo mostrano infatti una percentuale di affluenza dei serbi nelle enclaves pari al 23%, mentre a nord del fiume Ibar, le elezioni sono state pressoché boicottate dalla comunità serba.

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La comunità internazionale è nella regione sin dal 1999 con l’obiettivo di facilitare il processo di pacificazione fra le due comunità e per avviare il rafforzamento della capacità istituzionale ed amministrativa. Dapprima con la missione delle Nazioni Unite (UNMIK) e dal 2007 attraverso la missione dell’Unione Europea (EULEX) che ha ridefinito la presenza internazionale in Kosovo.Paradossalmente una delle poche cose che mette d’accordo le due comunità sembra essere proprio l’insofferenza per una presenza internazionale oramai non più tollerabile dalla popolazione che negli ultimi anni lo ha manifestato anche con episodi che hanno danneggiato proprietà di EULEX. Da un punto di vista di relazioni esterne la difficoltà maggiore riguarda il rapporto con la Serbia che non riconosce il Kosovo come stato indipendente e che mantiene ancora un controllo sulle istituzioni locali delle zone a maggioranza serba. La Serbia non è però l’unico stato a non aver riconosciuto il Kosovo nella stessa Unione europea, anche la Spagna, la Grecia, la Romania e la Slovacchia si sono rifiutati di riconoscere il nuovo stato a maggioranza albanese. Parlare di integrazione europea in Kosovo, stante queste premesse, è piuttosto prematuro nonostante la Commissione europea stia già lavorando verso una strategia per “realizzare la prospettiva europea del Kosovo”. Le priorità concrete sono ben altre a partire dalla questione del Kosovo del nord dove, come detto, i serbi si rifiutano di collaborare con le istituzioni kosovare. In alcuni ambienti diplomatici si è ripresentata l’ipotesi di una partizione dei territori fra Kosovo e Serbia, anche se tale ipotesi non sembra essere condivisa. Il facilitatore dell’Unione europea per il Kosovo settentrionale l’ambasciatore italiano a Pristina Michael L. Giffoni teme infatti che, in caso di spartizione, possa verificarsi un’ escalation di rivendicazioni e potenziali altre tensioni fra le due comunità. Il quadro attuale non lascia intravedere svolte a breve termine, in particolare non è il cammino verso l’adesione all’Unione europea la priorità di questo paese nel breve termine, ma piuttosto la definizione di un assetto territoriale condiviso dalle due principali comunità etniche.

La Serbia nel 2014

La Serbia è sicuramente un paese chiave per l’intera area dei Balcani e probabilmente quello che negli ultimi mesi ha compiuto i maggiori progressi nel cammino di adesione all’Unione europea. Nel dicembre 2009 il presidente Tadic ha consegnato formalmente la domanda di adesione del suo paese all’Unione europea e nello stesso mese Belgrado ha ottenuto lo sblocco (provvisorio) dell’Accordo di stabilizzazione e di associazione (Asa). Infine, sempre nel mese di dicembre 2009, il paese

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Passaporto Serbo e Kosovaro

ha potuto beneficiare dell’accordo sull’abolizione dei visti per i suoi cittadini che permette loro di viaggiare liberamente in Europa. Nonostante tali risultati e l’impegno europeista del presidente Tadic, anche in questo caso, gli ostacoli sul cammino europeo appaiono difficilmente superabili nel breve periodo. Due le principali questioni sul tavolo, la situazione del Kosovo e la collaborazione con il tribunale penale internazionale dell’Aja. Il primo scoglio da superare è sicuramente il più complesso in quanto la Serbia non accetta la separazione unilaterale da parte del Kosovo che è da sempre stata una provincia serba e dove sorgono, tra l’altro, importanti monasteri ortodossi. La Serbia quindi considera il Kosovo ancora parte del suo territorio mentre molti paesi della comunità internazionale e la quasi totalità dei paesi europei ha riconosciuto il suo status di paese indipendente. La questione si complica ulteriormente in quanto la Serbia ha presentato nel 2008 alla Corte internazionale di giustizia reclamo contro la secessione del Kosovo e la pronuncia della corte sulla legittimità di tale atto è attesa nei prossimi mesi. La Serbia spera ovviamente in una sentenza favorevole che seppur dovesse essere non sarebbe comunque vincolante ed è quindi difficile pensare che paesi come la Francia, il Regno Unito e gli altri paesi europei possano tornare sui propri passi. Ma l’Unione europea ha lasciato libertà agli stati membri riguardo al riconoscimento dello status del Kosovo e nonostante la maggior parte dei paesi abbia riconosciuto la secessione del Kosovo come legittima altri come la Spagna e la Grecia non la pensano allo stesso modo. La Serbia potrà quindi contare in questo semestre di presidenza spagnola su un alleato in più che ha già fissato la data per un summit internazionale (fine maggio a Sarajevo) per fare il punto sulla stato di avanzamento dei paesi Balcani verso l’adesione all’Unione europea. La stessa presidenza sarà chiamata a fare il punto sullo stato di ratifica degli accordi Ue-Serbia. Il secondo ostacolo riguarda la mancata collaborazione con il tribunale dell’Aja, rimangono infatti in liberà ancora due criminali di guerra, Mladic e l’ex leader serbo croato Goran Hadzic. A conti fatti l’ipotesi del presidente Tadic di fissare al 2014 l’adesione della Serbia all’Unione europea, cento anni dopo l’attentato a Sarajevo che fece scoppiare la prima guerra mondiale, sembra tanto suggestiva quanto irreale.

La Bosnia e l’ anno fallimentare

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Il ponte di Mostar

La situazione in Bosnia sta lentamente degenerando, la prospettiva europea è allo stato attuale l’ultimo dei problemi dei leaders politici bosniaci che attraverso una retorica incendiaria minacciano costantemente l’integrità del paese ed il funzionamento dell’amministrazione. Ultimo in ordine di tempo è stato l’annuncio del presidente della Repubblica Sprska (una delle tre entità di cui è costituita la Bosnia Herzegovina) a maggioranza serba di indire un referendum sulla separazione della RS dalla federazione bosniaca. Non è la prima volta che i serbo bosniaci minacciano un referendum sulla secessione ma se aggiungiamo che la convivenza fra croati e bosniaco mussulmani è sempre più difficoltosa, i primi chiedono infatti la creazione di un’entità separata e se consideriamo anche la pesante crisi economica che sta colpendo la Bosnia, diversi analisti arrivano ad affermare che “ […] la Bosnia sta cominciando a disintegrarsi […]” (1). In questa cornice non aiuta affatto l’esclusione della Bosnia Herzegovina dal regime di liberalizzazione dei visti introdotto lo scorso Dicembre dall’Unione europea per Serbia, Albania e Montenegro. Molti Bosniaci mussulmani denunciano infatti che tale esclusione facilita il processo di “disgregazione” incentivando i serbi bosniaci a richiedere passaporti serbi grazie ai quali possono viaggiare senza visto e a non utilizzare quello bosniaco, così come già fanno da tempo molti croato bosniaci. Oltre all’esclusione dalla liberalizzazione dei visti da parte dell’Unione europea, sempre nel 2009 la NATO ha negato la richiesta di Sarajevo di entrare nel Membership Action Plan dell’alleanza, mentre la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo in una sua recente pronuncia, nel caso “Sejdic e Finci contro Bosnia Herzegovina” ha stabilito che la costituzione bosniaca viola i diritti delle minoranze e va dunque cambiata. E’ evidente, anche in questo caso, che l’assoluta priorità per la Bosnia per i prossimi anni sarà quella di rimanere unita. Per far ciò è necessario avviare un serio percorso per raggiungere la parità dei diritti e doveri delle diverse comunità etniche che costituiscono la federazione bosniaca superando l’anomalo principio vigente secondo il quale i diritti dei cittadini discendono direttamente dalla loro appartenenza etnica. Questa è la vera prospettiva europea di questo paese a breve termine.

Infine per quel che riguarda Montenegro ed Albania, entrambi i paesi hanno fatto richiesta di adesione all’UE ma i negoziati non sono ancora iniziati. L’Albania ha chiesto di aderire all’UE nell’aprile del 2009 e la Commissione è pronta a redigere il suo parere non appena sarà sollecitata a farlo dal Consiglio. Per il Montenegro invece la Commissione sta già redigendo il suo parere che presenterà a breve al Consiglio. In entrambi i paesi però rimangono delle importanti riforme da realizzare. Per l’Albania, la Commissione segnala la necessità di continuare le riforme per quel che riguarda lo Stato di diritto, la lotta contro la corruzione e al corretto funzionamento delle istituzioni. Per quanto riguarda il Montenegro gli sforzi si devono concentrare sulla riforma del settore giustizia, sulla la lotta contro la corruzione e sul potenziamento della capacità amministrativa.

Il quadro che scaturisce da questa breve rassegna non è sicuramente fra i più rosei, ma non deve essere frainteso. La prospettiva europea dei paesi Balcani non è in discussione ed il processo verso l’adesione, pur non facile e pieno di ostacoli, lentamente è bene che vada avanti. Quello che emerge è piuttosto la mancanza di coerenza fra la tempistica prospettata e la situazione sul campo. Inoltre l’assenza di una strategia coerente dell’Unione europea che, ad esempio, su un aspetto chiave come il riconoscimento dello status del Kosovo agisce in ordine sparso fa perdere alla stessa quella capacità negoziale necessaria per raggiungere l’obiettivo nel minor tempo possibile. E’ infatti impensabile l’adesione della Serbia senza il riconoscimento del Kosovo. Ma come può l’Unione europea pretendere tale riconoscimento se quattro su ventisette paesi membri si trovano nella stessa situazione ? O come può l’Unione europea promettere l’adesione in cambio del raggiungimento di determinati standard politico – istituzionali, quando, come nel caso della Macedonia, l’unico ostacolo che attualmente si frappone nel processo di adesione riguarda il veto posto dalla Grecia, paese membro dell’Unione europea, sulla quantomeno indubbia questione della denominazione del paese ?

(1) cfr. Srecko Latal in Bosnia Faces Critical Challenges in 2010, BIRN, Sarajevo, 21 Gennaio 2010


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Auteurs

Marco AMICI

Rédacteur en chef de la version italienne

Diplômé en Economie des Administrations Publiques et des Organisations Internationales à l’Université de Rome « Tor Vergata » après avoir passé un semestre à l’Université Catholique de Louvain dans le cadre d’un échange Erasmus, Marco est actuellement (...)

Su internet

Requisiti per l’adesione all’Unione europea
Requisiti per l'adesione all'Unione europea

La presenza dell’Unione europea in Bosnia Herzegovina
EU in Bosnia

La presenza dell’Unione europea in Kosovo
EU in Kosovo

Sito della Commissione europea - DG Allargamento
Sito della Commissione europea - DG Allargamento
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