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Kosovo tra ieri e domani

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Fotografia della giovane repubblica balcanica a un mese dalle prime elezioni municipali

Il 15 novembre scorso il Kosovo ha tenuto la sua prima consultazione elettorale da paese indipendente. Un piccolo passo in avanti verso l’agognata meta della normalizzazione, malgrado le iteranti tensioni etniche tra albanesi e serbi e le gravi carenze strutturali e istituzionali di una nazione ancora tutta da costruire.


A 10 anni dalla fine della guerra che ha causato migliaia di morti, profughi e rifugiati, il Kosovo ha indetto le sue prime elezioni municipali come Stato indipendente il 15 novembre scorso. Le procedure di voto nelle 36 municipalità chiamate a decidere del loro futuro sono state monitorate e seguite da circa 20.000 osservatori internazionali che non hanno riscontrato gravi irregolarità. Un test in questo senso positivo per il neo Stato Kosovaro che ha dimostrato di riuscire a sostenere il peso di una chiamata alle urne senza grosse difficoltà. Tanto positivo il responso internazionale quanto negativa la notizia del debole richiamo che queste elezioni hanno suscitato nella popolazione. Ha votato poco più del 45% del milione e mezzo circa di aventi diritto. Molti cittadini kosovari, delusi dall’instabilità del paese e dalla corruzione dilagante che gambizza il sistema, hanno deciso di restare a casa.

I risultati ufficiali delle elezioni sono stati resi noti nel corso della giornata del 16 Novembre. Al primo turno di voto il Partito del primo ministro Hashim Thaçi, il Partito Democratico del Kosovo (PDK) si è assicurato cinque municipalità, e sembra che sia il primo della lista in altre 13. Nessun Partito è riuscito ad intaccare il successo del PDK, per quanto alcune formazioni si siano sottratte voti a vicenda, senza tuttavia cambiare in maniera determinante il quadro politico del Paese. Su un piano di valutazione etnica dei partiti candidati, le elezioni del 15 Novembre hanno visto partecipare 34 gruppi politici albanesi, 22 serbi, 7 bosniaci, 4 turchi, 3 rappresentativi della popolazione RAE - Roma, Ashkali ed Egizi - , 2 montenegrini e un rappresentante della comunità gorani.

Tensioni etniche in un paese tutto da riscostruire

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Al primo turno di voto il Partito del primo ministro Hashim Thaçi (in foto), il Partito Democratico del Kosovo (PDK) si è assicurato cinque municipalità, e sembra che sia il primo della lista in altre 13

Foto : servizio audivisivo della Commissione Europea

Le condizioni economiche e sociali del Paese non sono, ad oggi, delle migliori. Il tasso di disoccupazione sfiora il 40%, le infrastrutture sono decadenti o totalmente assenti e le tensioni inter-etniche tra Kosovari Albanesi e Kosovari-Serbi continuano a farsi sentire. Gran parte della minoranza serba non ha votato, seguendo i moniti di Belgrado : “ Il Kosovo è parte integrante e inalienabile della Serbia” ha detto il Ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic alla televisione serba Pink, aggiungendo che Belgrado non riconosce le elezioni indette dal “cosi’ definito Kosovo indipendente”. Anche la Chiesa ortodossa serba, alla quale ha dato voce il Metropolita Amfilohije Radovic, ha invitato i connazionali a boicottare le elezioni. Non sono mancate quindi le pressioni affinché la minoranza serba non si recasse alle urne. In alcune zone, come nelle città di Mitrovica e Partes, non si è votato per ragioni di sicurezza, cioè per motivi legati alla composizione etnica dell’area settentrionale del Kosovo. In queste due città si voterà in un altro momento, probabilmente in dicembre.

Oggi una delle ragioni principali delle tensioni tra serbi e albanesi è la questione dei rientri. Prima del conflitto del 1998, la comunità serba in Kosovo contava tra le 140 e le 200mila persone, molte delle quali dopo aver abbandonato il paese nel corso della guerra non sono ancora rientrate. Il problema del “ritorno” sta fomentando rabbia e risentimento anche tra la popolazione con un tasso crescente di disillusione verso il governo nazionale. Ci sono sfollati interni che vivono dal 1998 in centri di accoglienza temporanei a Pristina, in attesa di tornare nelle loro case a pochi chilometri dalla capitale. Centinaia di famiglie sono in attesa di tornare in Kosovo per recuperare i beni abbandonati durante la guerra. I governi hanno la responsabilità di creare istituzioni che tutelino i diritti di proprietà, assicurando meccanismi efficienti ai cittadini. In Kosovo tali istituzioni esistono e dovrebbero risolvere le controversie in materia di proprietà e tutelare i diritti di tutti gli individui al pacifico godimento dei loro beni, come stabilito dalle norme europee. Il funzionamento di queste istituzioni è fondamentale per il rafforzamento dello stato di diritto, lo sviluppo economico sostenibile e il ritorno degli sfollati. Un’efficace tutela dei diritti di proprietà richiede che tutti gli attori contribuiscano a rafforzare, e a far rispettare, il quadro giuridico e istituzionale nazionale. La creazione e la sopravvivenza di un Kosovo multietnico, nel pieno rispetto dello stato di diritto, dipende soprattutto dall’efficacia delle politiche istituzionali. Efficacia che dovrebbe concretizzarsi in misure atte a tutelare il futuro di tutte le comunità in Kosovo.

Per queste ragioni l’UE nel 2008 ha lanciato, nell’ambito della Politica Europea di Sicurezza e Difesa, la missione per assistere e sostenere le autorità del Kosovo (EULEX). Tutti gli organismi internazionali più rilevanti sono presenti nella zona. Tanto quanto l’impegno nazionale e’ fondamentale per creare una base giuridica e istituzionale solida, cosi’ l’intervento internazionale è determinante per costruire un ambiente favorevole alla ristrutturazione del paese garantendo il rispetto dei diritti fondamentali come il diritto alla libera circolazione (articolo 2, protocollo n. 4, della Convenzione europea per i diritti umani) , il diritto di proprietà (articolo 1, protocollo n. 1) e il diritto al rispetto della vita familiare e vita privata (articolo 8). Finora, il governo del Kosovo ha speso molte parole d’incoraggiamento per convincere chi ha lasciato il Paese a tornare. Ma molte case restano vuote. Finanziamenti insufficienti per i rimpatriati, mancanza di accesso all’istruzione e limitate opportunità di occupazione hanno un impatto negativo sul processo di ritorno. E, di conseguenza, sulla percezione dei cittadini kosovari dell’efficacia dei governi passati e attuali.

L’indipendenza al vaglio della Corte Internazionale di Giustizia

Il tutto mentre alla Corte Internazionale di Giustizia de L’Aja sta in questi giorni esaminando il caso della auto-proclamata indipendenza del Kosovo. Interpellata dalla Serbia che ha fatto ricorso contro la decisione presa da quella che per lungo tempo era stata sua provincia a maggioranza albanofona, la Corte dovrebbe emettere un giudizio nell’arco di alcuni mesi. Il deferimento all’istanza giudiziaria dell’ONU da parte dell’Assemblea generale è una procedura molto rara. E’ stata applicata anche nel 2003-2004 per documentare l’illegittimità del muro di sicurezza costruito da Israele nei confronti dei palestinesi. Il giudizio non avrà, ad ogni modo, carattere vincolante. Tuttavia sarà fondamentale per il riconoscimento a livello internazionale del giovane Stato con capitale Pristina. L’indipendenza Kosovara è stata infatti riconosciuta da 22 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea oltre che dagli Stati Uniti. La strenua opposizione di Belgrado, l’aperta contrarietà della Russia, insieme a Cipro, Romania e Grecia, il numero quindi ancora ridotto dei Paesi che riconoscono Pristina impediscono l’accesso del Kosovo alla Nato.

Tuttavia, seppur non determinante, un giudizio pro- indipendenza della Corte potrebbe influenzare positivamente gli scettici. Per le migliaia di serbi che vivono nella ex-provincia serba è ad ogni modo molto complesso il processo che dovrebbe portarli ad accettare il neonato Kosovo come entità statale indipendente. Il mito del Kosovo come terra sacra, come culla della civiltà serba è ancora molto sentito e largamente utilizzato da media, classe politica e chiesa ortodossa serba che mantengono viva la tensione tra Pristina e Belgrado. Se si aggiunge che parte delle famiglie serbe fuggite durante la guerra del ’98 non sono ancora rientrate per problemi sia politici che prettamente etnici, il quadro delle relazioni tra Kosovo-albanesi e Kosovo-serbi diventa più chiaro, chiarendo in parte anche la bassa affluenza alle urne registrata il 15 Novembre. Senza azioni concrete sostenute da organismi nazionali e internazionali atte a promuovere e monitorare le radici delle tensioni inter-etniche appoggiando politiche di rientro sostenibile, il Kosovo rischia di dover attendere ancora a lungo per potersi definire “multietnico” e assistere ad una partecipazione attiva della cittadinanza.

(Foto logo : Igenc ; fonte : flickr.com)


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